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Il carro a buoi è composto fondamentalmente da sa scala o telaio, ottenuta da un tronco di leccio sufficientemente lungo in modo da poter essere tagliato a cinque metri. Su maistu de carrus, il mastro carraio, se lo andava a cercare in foresta, magari dietro indicazione di qualche capraio il quale, com'è noto, viveva a diretto contato con il bosco. Ovviamente l'albero doveva essere tagliato nel periodo invernale, quando non era in vegetazione, per evitare che il legno venisse col tempo attaccato dai tarli. Il tronco era pesante e non poteva essere certo trasportato a spalla neppure da tanti uomini, era trascinato in paese da qualche contadino con un giogo di buoi. Dopo una prima sgrossatura viene spaccato in due, ma solo per tre metri circa, dal momento che l'altra estremità, la cosiddetta punta del telaio, deve restare intera. Su maistu de carrus usa degli enormi cunei di legno per aprire il tronco in punta e poi delle zeppe più piccole, fino a raggiungere la giusta lunghezza. In tutte e due le parti così divise vengono praticati dei grossi fori su quali inseriscono dei tiranti di lunghezza proporzionale col variare della larghezza del telaio, il quale assume la forma a "V". I tiranti sono ovviamente preparati dal fabbro ferraio, che ha un ruolo complementare al mastro carraio nella costruzione del carro. Con opportuni supporti, al telaio viene fissato l'asse che avrebbe alloggiato le ruote, s'àscia, anche questo fabbricato dal fabbro. All'asse sono applicate due ruote al cui centro è montata una bussola, una boccola che, lubrificata periodicamente, serve a smorzare l'attrito. Alle estremità, su appositi fori, vengono inserite is crais, o chiavi. Queste sono ottenute da un ferro a forma rettangolare con un foro dove è incastrato un grosso chiodo. In tal modo si evita che al continuo sobbalzare del carro le chiavi fuoriescano dalla sede e si perdano le ruote. Le ruote del carro sono molto robuste e da tempi remoti, per aumentarne la durata, vengono ferrate con il cosiddetto lamoni, un cerchio di ferro spesso circa due - tre centimetri, per inserire il quale i fabbri ferrai devono letteralmente sudare le proverbiali sette camicie. Il lavoro viene fatto a ferro rovente, quindi col fuoco acceso ben vivo; gli uomini, armati di mazza e immersi nel caldo e nel fumo, devono posare il ferro rovente sul legno della ruota che è bruciato affinché possa inserirsi il più aderente possibile. Su lamoni, il cerchio ha un foro o due per ogni settore della ruota, sul quale sono disposti is rabronis, dei bulloni a testa tonda e conica, che sono fermati con un dado o ribattuti nel cerchio. Nella traversa estrema della coda, viene applicata sa meccanica, il freno, ottenuto da due tacchi di legno robusti ricoperti da un grosso strato di gomma. Il congegno è fatto funzionare tramite una leva di circa otto centimetri di spessore, alla cui base viene montato un anello con gancio e un pezzo di grossa catena. Nelle lunghe discese si lega leggermente sa meccanica con una fune, in quelle più ripide, in genere solo per brevi tratti di strada, è addirittura necessario legare le ruote e far camminare il carro a tiro, in modo da evitare che carro e carico possano travolgere i buoi. Sul telaio viene applicato su sterrimentu, un ripiano fatto da tavole grosse tre quattro centimetri e larghe 20 - 30, di legno resistente: quercia, leccio o olivastro. Non tutto il telaio è coperto, ma solo la parte in cui deve esser posto il grosso del carico. Circa un metro de sa coa de sa scaba, la parte ultima del telaio, viene lasciata senza fondo, ma non per questo rimane inutilizzata. Anche la parte anteriore del telaio, per tutto lo spazio occupato dai buoi, è libero.   Su guabi Nella punt' 'e sa scaba, nell'estremità anteriore del telaio, nella parte inferiore, viene applicata una placca in ferro con un apposito incastro in cui va ad inserirsi s'oioni, un grosso anello che un tempo era di legno e, in tempi più recenti, di ferro, il quale resta snodabile e collega il giogo. Il giogo, su guabi, è formato da un tronco, solitamente di olivastro, lungo 140 centimetri, sul quale vengono sagomate le sedi che poggiano sulla testa dei buoi. Esisteva anche un guabi più corto, di 120 centimetri, che veniva usato per aggiogare i buoi durante l'aratura, o anche quando venivano domati, per abituarli a camminare legati uno a fianco all'altro. Sul giogo sono fissati due pezzetti di ferro, is ossieddus, uno a mano dritta o a odriagus e uno a manu manca, o sinistra. Questi permettono di inserire is lorus, due corregge di cuoio, al capo principale. La lunghezza dei lorus è di 4 metri e mezzo e può variare anche in base alla grossezza delle corna dei buoi. In Sardegna infatti i buoi vengono giunti per le corna, mentre nella penisola per il collo. Credo che tale giunzione sia possibile solo in territori pianeggianti, e che, data la natura del territorio, non lo fosse da noi. Is lorus, erano due, uno per ogni bue. Agganciato il capo principale sul quale viene praticato un foro tondo e largo quanto il ferro, s'ossieddu, la correggia è fatta girare attorno ad ogni corno del bue, in genere quattro giri per corno, passando a incrocio da una parte all'altra sulla testa dello stesso bue. Tra la testa e il giogo viene sistemato un cuscinetto di pelle, riempito di crine, in tal modo si attutiscono le sollecitazioni, in modo che la bestia non provi dolore e no ddu friada, non gli procuri escoriazioni e piaghe. Alle orecchie di ciascun bue, o meglio, all'orecchio interno viene applicata una corda sottile, is odriagus, la quale ha una lunghezza che supera almeno il montante posteriore del carro. Con tali funi, che un tempo fabbricavano gli stessi carradoris con erbe palustri, in genere saina, saggina, si guidano i buoi nel loro andare, sia che siano giunti al carro, po andai a carru, o che arino, po arai, o che trebbino po trebai. Attorno al telaio vengono montati degli anelli di ferro dove sono infilati dei bastoni appuntiti, i quali sono legati ai montanti o cubas del carro, mentre l'altra estremità è tenuta solidale mediante un giro di piattina in ferro, o anche con dei semplici bastoni più sottili e lunghi appositamente sagomati e uniti insieme. I montanti sono di legno resistente e robusto perché sostengano carichi molto pesanti; possono essere anche smontati, infatti sono sono tenuti fermi da chiavi di legno a cuneo dette is proceddus, che vengono conficcate nella parte inferiore.

 

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